Sabato 19 Maggio 2012

In vendita i beni confiscati alla mafia? Grido di dolore di chi lotta per la legalità

Fino a qualche giorno fa il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso, intervenuto in Calabria per una campagna contro il pizzo ha detto, come riporta Il Sole 24 ore: "L'unico modo per colpire le organizzazioni criminali è quello di attaccare i patrimon". E che fa, niente disse?

Manco a farlo apposta, un emendamento alla Finanziaria introdotto in Senato rischia di mandare all'arie tutte cose. Il documento prevede infatti la vendita dei beni confiscati che non si riescono a destinare entro tre o sei mesi.

Forse c'è da fare qualche riflessione. Non solo la vendita dei beni confiscati apre al rischio che le proprietà tornino nelle mani sbagliate ma si rischierebbe di aprire una voragine dalle gravi ripercussioni economiche. In Italia, scive L'Unità, ci sono cinque grosse coop sociali che si occupano di beni confiscati: hanno un capitale sociale che supera i 250 mila euro ed amministrano beni per quasi un milione e quattrocentomila euro. Ma, soprattutto, danno lavoro ad oltre cento persone.

Rompere una catena che, non solo ha un grande valore simbolico, ma ha messo in moto un meccanismo economico positivo - basti pensare alla cantina Centopassi, alla pasta che nasce con il marchio Libera Terra - è pericoloso oltre che inopportuno.

Certo, l'assegnazione di beni è a volte lenta e su questo bisogna lavorare affinchè la burocrazia non strangoli il processo di legalità. Ma la possibilità di vendita dei beni confiscati preoccupa associazioni e non solo che operano nel settore. Don Luigi Ciotti ha dato vita ad una raccolta di firme legate ad un appello dal forte valore simbolico che vale la pensa di essere letto: "Niente regali alle mafie, i beni confiscati sono cosa nostra".

*Tredici anni fa, oltre un milione di cittadini firmarono la petizione che chiedeva al Parlamento di approvare la legge per l'uso sociale dei beni confiscati alle mafie. Un appello raccolto da tutte le forze politiche, che votarono all'unanimità le legge 109/96. Si coronava, così, il sogno di chi, a cominciare da Pio La Torre, aveva pagato con la propria vita l'impegno per sottrarre ai clan le ricchezze accumulate illegalmente.

Oggi quell 'impegno rischia di essere tradito. Un emendamento introdotto in Senato alla legge finanziaria, infatti, prevede la vendita dei beni confiscati che non si riescono a destinare entro tre o sei mesi. E' facile immaginare, grazie alle note capacità delle organizzazioni mafiose di mascherare la loro presenza, chi si farà avanti per comprare ville, case e terreni appartenuti ai boss e che rappresentavano altrettanti simboli del loro potere, costruito con la violenza, il sangue, i soprusi, fino all'intervento dello Stato.

La vendita di quei beni significherà una cosa soltanto: che lo Stato si arrende di fronte alle difficoltà del loro pieno ed effettivo riutilizzo sociale, come prevede la legge. E il ritorno di quei beni nelle disponibilità dei clan a cui erano stati sottratti, grazie al lavoro delle forze dell'ordine e della magistratura, avrà un effetto dirompente sulla stessa credibilità delle istituzioni.

Per queste ragioni chiediamo al governo e al Parlamento di ripensarci e di ritirare l'emendamento sulla vendita dei beni confiscati.
Si rafforzi, piuttosto, l'azione di chi indaga per individuare le ricchezze dei clan. S'introducano norme che facilitano il riutilizzo sociale dei beni e venga data concreta attuazione alla norma che stabilisce la confisca di beni ai corrotti. E vengano destinate innanzitutto ai familiari delle vittime di mafia e ai testimoni di giustizia i soldi e le risorse finanziarie sottratte alle mafie. Ma non vendiamo quei beni confiscati che rappresentano il segno del riscatto di un'Italia civile, onesta e coraggiosa. Perché quei beni sono davvero tutti "cosa nostra"

*don Luigi Ciotti
presidente di Libera e Gruppo Abele 

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