Carrubbe, noci, mandorlo, pistacchi... ma quanto piace ai siciliani la frutta secca?
La domanda della frutta secca è in costante aumento: per coprire il fabbisogno del territorio, la Sicilia ne importa circa il 70%. Dalla Turchia e dalla Siria la Sicilia importa il pistacchio, dalla Spagna e la California arrivano le mandorle. Dalla Turchia arrivano anche le nocciole e sempre dalla California arrivano le noci. In misura minore è l'import delle carrubbe che arrivano dalla Spagna.
E' stato così siglato oggi il primo contratto della filiera regionale di frutta secca tra produttori e trasformatori: le mandorle dei consorzi di Avola e di Agrigento, e il pistacchio del consorzio di Bronte saranno le materie prime utilizzate dall'azienda dolciaria siciliana Fiasconaro di Castelbuono, che esporta i propri prodotti in molti Paesi del mondo. L'assessore regionale all'Agricoltura, Michele Cimino, lo ha definito "un accordo premiante per l'amministrazione nel suo ruolo di mediazione, e importante, non tanto per la cifra che ammonta a circa 200mila euro, ma perché finalmente anche l'alta pasticciera ha avviato un percorso di tutela delle nostre produzioni e della nostra agricoltura".
Ma andiamo a vedere nel dettaglio i principali prodotti e gli impegni della Regione.
Il pistacchio
La superficie coltivata, pari a 3.665 ettari, produce annualmente 27.670 quintali di pistacchio e un fatturato (prodotto venduto in Sicilia) di circa 22 milioni di euro. Catania, Agrigento e Caltanissetta sono i poli principali della pistacchicoltura, che rappresenta poco meno dell'1% di quella mondiale. Una nicchia produttiva di altissima qualità che soffre della carenza di meccanizzazione, degli elevati costi, della frammentazione aziendale e della mancanza di aziende di trasformazione.
Il pistacchio può rappresentare un'opportunità di investimento se si guarda all'andamento della domanda, in costante aumento.
Obiettivi della Regione: salvaguardare il prodotto dalle contraffazioni e introdurre nuove alcune tecniche agronomiche, selezionando portainnesti alternativi al terebinto (come il Pistacia integerrima) per anticipare l'entrata in produzione della pianta, e spostarsi gradualmente verso zone meno impervie più meccanizzabili.
Il mandorlo
La superficie coltivata, pari a 47.350 ettari, produce annualmente 762.155 quintali di mandorle e un fatturato di circa 115 milioni di euro. I mandorleti sono storicamente concentrati nell'Agrigentino, nell'Ennese e nel Siracusano (Avola e Noto). Grazie all'introduzione di nuove varietà più produttive e all'aumento lento ma costante dei prezzi, negli ultimi dieci anni, la coltura stava tornando a svilupparsi, ma ha subito una battuta d'arresto per l'attuale crisi economica globale.
Obiettivo della Regione: tipicizzare la mandorla e i sottoprodotti come il latte di mandorla, il sapone del mallo e i prodotti di cosmesi attraverso il brand Sicilia, privilegiando la coltivazione delle vecchie varietà. Il miglioramento genetico varietale terrà conto dell'esigenza di coniugare qualità, produttività e resistenza alle malattie. Inoltre, per ridurre i costi produttivi, si punterà sulla meccanizzazione post-raccolta.
Il nocciolo
La superficie coltivata, pari a 16.482 ettari, produce annualmente 188.664 quintali di nocciole e un fatturato di circa 2 milioni di euro. I noccioleti sono diffusi soprattutto nelle zone montane. E' turca una nocciola su tre in creme, cioccolatini, gelati e dolci vari: l'Italia importa oltre 25 milioni di chilogrammi di nocciole sgusciate all'anno, e nel 2008 l'Unione europea ha più volte segnalato l'allarme di queste nocciole perché caratterizzate dalla presenza di tossine superiore ai limiti di legge.
Obiettivo della Regione: consentire scelte di acquisto consapevoli attraverso la tracciabilità delle nostra produzione.
Il noce
La superficie coltivata, pari a 170 ettari, produce annualmente 2.550 quintali di noci e un fatturato di circa 1 milione di euro. La coltura trova le condizioni ideali in ambienti collinari e montani e di fondo valle. Le aree più apprezzate sono le valli dei monti Peloritani.
Il noce potrebbe diventare però un'opportunità di investimento perché l'offerta non copre il fabbisogno mondiale. In Italia, in particolare ancora permane una nocicoltura caratterizzata da rese ad ettaro da 1-3 tonnellate, contro le almeno 5-6 ottenibili dagli impianti californiani o francesi.
Dall'analisi svolta dall'assessorato per raggiungere queste quantità è necessaria l'introduzione di varietà a fruttificazione laterale come Lara o Chandler, o la standardizzazione genetica delle popolazioni siciliane selezionando, clonando e diffondendo le migliori.
Il carrubbo
La superficie coltivata, pari a 8.815 ettari, produce annualmente 314.287 quintali di carrubbo e un fatturato di circa 1 milione di euro. E' una specie tipica di tutta la flora siciliana, coltivata principalmente nel Ragusano, ma oggi è andata incontro a un progressivo abbandono.
Per la Regione il rilancio della coltura passa attraverso lo sfruttamento delle caratteristiche ornamentali e paesaggistiche della pianta, con riflessi economici nel settore vivaistico. A tale scopo, è necessario agire sul fronte tecnico, selezionando genotipi caratterizzati da un rapido accrescimento, e sul fronte commerciale, studiando nuove offerte di prodotti trasformati.
la domanda della frutta secca è in costante aumento: per coprire il fabbisogno del territorio, la Sicilia ne importa circa il 70%. Dalla Turchia e dalla Siria la Sicilia importa il pistacchio, dalla Spagna e la California arrivano le mandorle. Dalla Turchia arrivano anche le nocciole e sempre dalla California arrivano le noci. In misura minore è l'import delle carrubbe che arrivano dalla Spagna.
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