I sogni incrociati
Lui, Giuseppe, tornava da Messina, dove aveva incontrato dei fornitori del suo piccolo supermercato. Con alcuni si era lamentato della scarsa qualità della merce o degli eccessivi ritardi nelle consegne, con altri aveva dovuto chinare la testa per ottenere una proroga dei suoi pagamenti arretrati. Lei, Sonia, guardava incantata il mare che fuggiva dall’altro lato del finestrino. Sulle sue ginocchia, solo una piccola borsa con dentro un vestito, qualche maglietta, un paio di scarpe di stoffa. E una busta.
Giuseppe guardava le Eolie che si stagliavano sullo sfondo e alcune vele che gironzolavano in quei paraggi. E immaginò di andarsene lontano dalla Sicilia, dalle cose che non funzionavano, da quel nulla che, come un virus, sta attaccando le nuove generazioni. Guardò quella donna minuta che aveva di fronte. Ad occhio, non doveva avere più di trent’anni. E’ una sudamericana, pensò. E sognò di andarsene proprio lì, nell’America del Sud. Gente povera, ma felice, sempre con il sorriso in volto. Sognò il profumo della frutta tropicale e sognò il ritmo della samba, i corpi sinuosi di quelle donne, le spiagge quasi deserte anche in piena estate. Chiuse gli occhi e vide i volti vissuti dei pescatori di gamberi, i bambini che correvano per i vicoli del Pelourinho, quelle donne enormi, vestite di bianco che, sedute su una minuscola seggiola, vendevano gli acarajè. Riaprì gli occhi e nel viso di quella donna riconobbe il suo sogno.
Quando decise di raggiungere l’Europa, Sonia aveva in mente solo un Paese: l’Italia. Tutte le persone con le quali aveva parlato, gliel’avevano descritta come un piccolo paradiso dove era possibile lavorare senza essere sfruttati. E nel suo intimo sentiva che lì gli uomini erano buoni, nel senso che non picchiavano le mogli e non facevano figli con altre. Sonia viveva nell’interno del Nord-Est brasiliano. Terra poverissima, ma dove i poveri vivevano bene: avevano l’acqua, le loro piccole piantagioni, i loro animali. E avevano le loro comunità governate sempre da un dio diverso e irraggiungibile. Un giorno, per dare l’acqua alle città dei ricchi, qualcuno dirottò il corso di un fiume. La metropoli non soffrì più la sete e le piscine erano sempre piene, ma le terre dove viveva Sonia diventarono aride e secche, le piante morirono e con loro anche gli animali. E così decise di realizzare il suo sogno: vendette quel poco che aveva, vendette anche se stessa, ma ancora non bastava. I suoi amici, i suoi parenti presero quel pochissimo che avevano e glielo diedero: “Vai – dissero – e sii felice”. E lei andò, con un vestito di ricambio e un paio di scarpe di stoffa. E con un passaporto dove, all’aeroporto, le stamparono un visto per fare del turismo. Tre mesi, non un giorno di più. Ma Sonia non era una turista. Decise di andare in Sicilia perché, così le avevano detto, lì la gente è meno ricca ma anche più vera, più ospitale, più buona. Avrebbe lavorato, guadagnato il giusto e forse si sarebbe sposata con un uomo buono e con lui avrebbe fatto dei figli. E poi lì, in Sicilia, l’inverno non era tanto freddo. Un po’ come la sua terra.
Ma è vero che, nelle notti di luna piena, la gente va nelle spiagge e sta lì a cantare, suonare, ballare, bere fino all’alba? Giuseppe si vide su quelle spiagge bianche, baciato da donne sconosciute che poi fuggivano per dare una carezza ad un altro senza nome e senza storia. Si vide prendere per mano una di loro e, assieme, abbandonarsi alle onde dell’oceano sotto l’occhio benevolo di Jemanjà. E sognò di vivere in una terra semplice, dove erano garantiti il necessario e la felicità. Un mondo dove tutti sono liberi e dove la parola sempre dura al massimo solo lo spazio di un attimo. E sognò una moglie che lo svegliava con un sorriso, una carezza, un bacio.
Il treno, alle porte di Palermo, rallentò. Entrò nella stazione e si fermò. Giuseppe guardò Sonia e le sorrise. La donna gli strinse la mano, ma si vedeva che era triste. Tra di loro neppure una parola. Sul marciapiede, Giuseppe era atteso dalla moglie e dalla figlia grande, quella che, un giorno, avrebbe gestito il piccolo supermercato. “Sbrigati perché è da ieri sera che ci sono lavori sulla strada e non abbiamo la luce. E con i frigoriferi spenti, rischiamo di perdere tutti i formaggi. Sbrigati, perché se non ci vai a parlare tu con quel consigliere comunale, chi ci deve andare?”
Un po’ di metri più indietro, due agenti della polizia ferroviaria. Sonia si diresse verso di loro porgendo la busta. Quelli la aprirono e esaminarono a lungo il foglio di via. “Ci dispiace, ma deve venire con noi. Il suo aereo parte nel pomeriggio”.



